domingo, 4 de diciembre de 2016

ITALIA: NO a Renzi.. ma lavoriamo per un NO a sindacalisti servi e a soldo del padrone tra i metalmeccanici


 
IL CONTRATTO METALMECCANICO ESPRESSIONE DELL'IDEOLOGIA E DELLA POLITICA DEI PADRONI

Il contratto firmato per i metalmeccanici è il peggiore della storia per gli operai.
Segna il trionfo dei padroni e del governo e completa il processo di integrazione dei sindacati confederali come parte dell'Ufficio personale delle aziende. La firma da parte della Fiom segna la fine segna la fine, anche pratica, dell'anomalia Fiom e la riduzione di questo sindacato, checchè ne pensino i tanti delegati combattivi che pur esistono e quel gran numero di operai iscritti alla Fiom che lottano e resistono ai padroni nelle fabbriche.
Francamente analizzare punto per punto questo accordo è una pratica secondaria, liquidabile in poche parole: poche briciole di aumento salariale.
Francamente questo contratto non è mai stato per difendere il salario e le condizioni di lavoro, non è mai stato un contratto per estendere i diritti sindacali in fabbrica. Chi lo ha presentato così nelle fila del sindacalismo confederale, ma non solo anche quelle parti di gruppi di estrema sinistra che in coda alle lotte hanno strillato su scioperi inutili, sono degli imbroglioni, dei venditori di fumo.
Al centro di questo contratto vi è stata l'adesione all'ideologia e al modello contrattuale dei padroni.
Il Sole 24 Ore nel suo editoriale il presidente di Federmeccanica parla di primo e importantissimo passo verso un vero e proprio rinnovamento culturale, “e lo abbiamo fatto insieme al sindacato”; “questo contratto – aggiunge – è un investimento sulla persona... il contratto ci consente di massimizzare i benefici per i lavoratori a costi sostenibili per le imprese, grazie all'utilizzo di strumenti innovativi, come il welfare”.
Il padrino del Jobs act, Poletti, parla di “bel segnale per l'industria manifatturiera che rappresenta l'asse di sviluppo centrale per il futuro del nostro paese”.
Ancora più entusiasta è il socialfascista, nemico giurato degli operai e del sindacalismo operaio, Maurizio Sacconi, che dice “hanno vinto tutti gli innovatori nella rappresentanza degli imprenditori e dei lavoratori... non un banale rinnovo ma un contratto nuovo, con... tutele postmoderne”.
Chiaramente entusiasta lo è Renzi che parla di passo in avanti importante; e sancisce il concetto generale il presidente della Confindustria Boccia “l'accordo conferma l'idea che il contratto nazionale diventa un contratto con una dimensione regolatoria, spinge sui contratti aziendali legati molto alla produttività e verso un metodo che è la collaborazione per la competitività interna alle fabbriche. Nel percorso indicato con il patto della fabbrica, l'accordo aggiunge un'idea su cui confrontarci a livello complessivo sulla questione industriale dle paese”.
Traducendo in parole povere il contratto è un patto neocorporativo, in cui tutto ciò che è concesso agli operai deve essere compatibile con la difesa dei profitti del padrone.
Quindi, un contratto nazionale che non sancisce le conquiste salariali, di tutela normativa delle condizioni di lavoro, di sicurezza, ma che sancisce il principio generale dell'interesse dell'azienda. I contratti aziendali vengono legati alla produttività ancor più di quanto lo siano adesso, e il metodo è quello di collaborare per la competitività sul mercato dell'azienda.
A questo tipo di ideologia e di programma del padrone aderiscono in maniera entusiasta i sindacati confederali le cui dichiarazioni sono una sorta di “inchino” alle aziende e ringraziamento per averli ammessi alla firma.
Che il sindacalismo in fabbrica fosse stato ridotto a collaborazione organica col padrone non è evidentemente, una novità di questo contratto; la novità attuale è che il sindacato è parte integrante del modello contrattuale scritto dal padrone. Ovvero il sindacato non è più tale.
Bentivogli dichiara “lo abbiamo saputo fare insieme” - e con questo “insieme” si riferisce da un lato ai padroni e dall'altro alla Fiom - “superando divisioni e pregiudizi che ci hanno tenuto lontani in tutti questi anni”.
Ignobili sono poi la dichiarazioni del (ex)sindacalista Landini che parla di “segnale di unità importante in questo momento”.
Il Sole 24 Ore scomoda in prima pagina uno storico, come Valerio Castronuovo, che ha lo scopo di stabilire un nesso storico con gli altri cambiamenti epocali del sindacato: “Questo accordo è il corollario di tre successivi tasselli che hanno creato un dialogo costruttivo tra imprese e sindacati per un rilancio competitivo dell'industria”. E fa riferimento allo storico “patto dei produttori” che, in sostanza, è stata la definizione post fascista del neocorporativismo; fa riferimento all'accordo Gianni Agnelli-Lama, al luglio '93, ecc. ecc.
Se di un contratto si parla in questi termini, come si può pensare che in discussione sia la quantità di aumento salariale o le normative che esso contiene, che in nessuna maniera possono essere viste in sé, ma come tasselli dell'affermazione del nuovo modello.
Per fare un esempio molto opportuno in questo momento. E' la stessa cosa del referendum di Renzi. E' ben chiaro che Renzi vuole imporre le modifiche della Costituzione in senso peggiorativo, reazionario, che possiamo definire moderno fascismo, e quindi tutti i singoli articoli da riformare hanno lo scopo di cancellare la sostanza dell'attuale Costituzione.
Lo stesso vale per il contratto dei metalmeccanici, che ha lo scopo di cancellare il contratto nazionale e il sindacato quale soggetto di difesa delle condizioni di lavoro e nelle fabbriche.
E' quindi del tutto evidente che bisogna dire un chiaro NO a questo contratto!
Anche qui è stato organizzato un referendum alla vigilia di natale (19-20.21 dicembre), ma i referendum in fabbrica sono sempre stati sotto ricatto e di falsa democrazia.
Quindi, il NO domanda innanzitutto il rifiuto di partecipare a questa farsa-tragedia.
Ma questo NO esiste se si riorganizza il sindacato in fabbrica, come sindacato di classe e di massa.
DUE PAROLE SUI CONTENUTI DEL CONTRATTO
A tutti i lavoratori verrà riconosciuta l'inflazione, però verrà calcolata ex post, ovvero dopo che a maggio sarà reso nota dall'Istat il valore dell'Ipca (indice dei prezzi al consumo armonizzato a livello europeo); nella busta paga di giugno sarà erogato l'aumento dell'anno precedente.
Con questo criterio, tra qualche anno saranno gli operai dche dovranno dare i soldi alle aziende. Per esempio, si stima per il 2016 un'inflazione dello 0,5%, pari a 9 euro... che daranno nel 2017, e neanche a gennaio ma a giugno.
Fare calcoli su questa base è solo una perdita di tempo. I famosi 92 euro non esistono. Infatti, il Sole 24 Ore scrive “possibile beneficio mensile di 92 euro”, in realtà sono 51euro in busta paga, ex post e legati all'inflazione.
La novità, poi, sono le cosiddette “prestazioni di welfare”, per cui l'azienda diventa fornitrice di servizi sociali che toccherebbero allo Stato e per cui i lavoratori pagano, loro sì, le tasse. Mentre i governi tagliano i servizi sociali, sempre più in via definitiva. L'azienda ti viene in “aiuto”..., in cambio dell'accettazione di sfruttamento, schiavismo, bassi, salari, sicurezza, si occupa “caritatevolmente” dell'operaio e dei suoi familiari. A cui si aggiunge l'obbligo per i lavoratori incentivati ad accettare la previdenza complementare, i Fondi pensione.
Infine, la formazione, “24 ore per tutti o 300 euro da spendere nel triennio per attività formativa”. Qui si nasconde che tutto ciò è pagato dai lavoratori, tramite i mancati aumenti salariali. Non solo, ai lavoratori poi andranno i “benefit aziendali detassati”, una sorta di buoni spesa o buoni benzina, di 100 euro nel 2017, di 150 euro nel 2018 e 200 euro nel 2019.
Questo insieme di questioni trasforma il contratto dei lavoratori in una sorta di contratto individuale, appunto, come dice il residente della Federmeccanica: di “investimento sulle persone”.
E' evidente come i padroni, il governo vogliono cancellare così la natura della lotta collettiva sul salario, le condizioni di lavoro e i diritti. E questo si sposa bene con la trasformazione del sindacato in sindacato di patronato.
Con il contratto, questa è la sola funzione del sindacato: fare le pratiche per il cosiddetto “welfare aziendale”.

Questo tipo di nuova gestione cancella obiettivamente delegati, rappresentanti sindacali, assemblee, ecc., perchè non hanno più senso. 


Vota NO!

sábado, 3 de diciembre de 2016

LA CUESTIÓN NACIONAL EN EL ESTADO IMPERIALISTA ESPAÑOL: CATALUÑA ( 4ª parte y final)


Hacia la Tercera Guerra Remensa… porque continúan los “malos usos”

Pero ¿acaso no continúan los “malos usos” en la Cataluña actual? ¿No siguen presentes en la Cataluña actual el poder real, ahora en la dinastía de los Borbones (la gran burguesía española) y el patriciado urbano (la gran burguesía catalana)? ¿Y no es el elemento plebeyo –el proletariado, los campesinos, la pequeña burguesía, los estudiantes y los profesores e intelectuales progresistas que representan a la gran mayoría del pueblo catalán- los que están sometidos y sufren los “malos usos” que imponen la gran burguesía española y catalana?

Hoy, en el mayor contexto de crisis política, social y económica de la historia, por la parte plebeya, la parte del pueblo, la lucha no cesa: huelgas, movilizaciones contra el desmantelamiento de la sanidad, de la educación pública, contra los recortes sociales, en defensa del catalán, contra los desahucios, llegando las movilizaciones a ser masivas como el 11 de septiembre de 2012, 2013 (cadena humana de 400 kilómetros, 1,6 millones de participantes) o 2015 (1,4 millones de manifestantes). En algunos casos la radicalidad de estas movilizaciones han llegado incluso a tomar la forma de guerrilla urbana, como en la huelga de universitarios de febrero o en la huelga general del 29-M del año 2012. Es la historia del pueblo en la lucha por sus derechos, incluido el de autodeterminación.

Si siguen los “malos usos” ¿no estaríamos en los prolegómenos de una aún pendiente batalla final, a través de la reedición de la guerra campesina, de la Tercera Guerra de los Remensa?



En esta futura Tercera Guerra Remensa bajarán de las montañas pirenaicas catalanas los nuevos “Pere Joan Sala” (los atrasados campesinos del mundo rural) que se unirán a los “pobres” de la ciudad (proletariado, semiproletariado, pequeña burguesía, profesores y estudiantes), formando un mar armado de masas invencible. Pero esta guerra popular no se saldará, como el 21 de abril de 1486, con una nueva Sentencia Arbitral (pacto entre la corona y la burguesía-terrateniente española y catalana) como la firmada en el monasterio de Santa María de Guadalupe, sino que con la victoria desaparecerán para siempre los “malos usos” que por más de quinientos años han impedido la felicidad del pueblo catalán.

Para ello, la clase obrera en Cataluña creará su Partido Comunista, marxista-leninista-maoísta, para iniciar guerra popular y aplastar toda ilusión de reforma del capitalismo. Con el inicio de la guerra popular se creará Nuevo Poder, expresado en las asambleas populares, única manera de garantizar los derechos del pueblo (incluido el derecho de autodeterminación), con el pueblo armado, la milicia.




EXTRACTO DEL LIBRO “LOS PROBLEMAS DE LA REVOLUCIÓN ESPAÑOLA: EL PROBLEMA AGRARIO Y LAS LUCHAS DE LOS CAMPESINOS” (1932)

La burguesía catalana arrastra tras sí a las masas campesinas también con el señuelo de la "Libertad de Cataluña". No se puede subestimar la influencia de los nacionalistas burgueses sobre los campesinos, a quienes desvían de la lucha por la tierra, de la lucha contra los latifundistas, en nombre de la "separación" de Cataluña. La coalición de la "Izquierda" catalana, en cuyas manos se halla la administración local de la región (Generalitat), posee enormes posibilidades de ejercer su influjo sobre las masas campesinas y engañarlas, aunque ella ha capitulado ante el capital financiero español, renunciando de hecho a su "separatismo". La bancarrota de los nacionalistas burgueses, encabezados por Maciá, puede ser aprovechada para desligar a los obreros y campesinos de los catalanistas contrarrevolucionarios y de los terratenientes únicamente planteando, a la par de la cuestión de la tierra y de la supresión de la "rabassamorta", también, y en forma precisa y clara, la cuestión del derecho del pueblo catalán a la autodeterminación, hasta la separación en un Estado independiente... Hay que subrayar con todo vigor que los obreros y campesinos laboriosos de las regiones oprimidas nacionalmente deben luchar por el pleno derecho a su propia determinación, contando con el apoyo de los trabajadores urbanos y rurales de toda España. La España única y centralizada, bajo el rótulo engañoso de la "República de trabajadores de todas clases", es tan sólo un instrumento de la dictadura del capital financiero, del bloque de los burgueses y latifundistas. Toda subestimación de la cuestión nacional, todo desplazamiento del problema nacional por medio del problema de la lucha de clases "pura", lleva tan sólo agua al molino de los burgueses y latifundistas y trae aparejada la debilitación y desorganización de la lucha revolucionaria de los campesinos por la tierra. Las masas trabajadoras de las regiones oprimidas se persuadirán en el terreno de los hechos y acontecimientos de que sólo la España Soviética, el gobierno obrero y campesino, suprimirá sus desigualdades jurídicas y dará satisfacción a sus aspiraciones nacionales.

De cómo entender el derecho de autodeterminación

Comprendiendo la importancia que para la revolución tiene el correcto enfoque de la cuestión nacional en el Estado imperialista español, se puede ver así el mantenimiento de los principios que el marxismo y los comunistas han aplicado a la resolución del problema nacional (cita del libro Los problemas de la revolución española, 1932):

“La diversidad de conducta de los distintos destacamentos comunistas, cuando los unos (los comunistas españoles, los comunistas de la nación opresora) propugnan el derecho de autodeterminación, hasta la separación del Estado central, de las nacionalidades y hacen de esta consigna el centro de su agitación, y los otros (los comunistas catalanes) preconizan la unificación de las acciones revolucionarias y ven en ello el significado revolucionario de su agitación, no es una diversidad artificial, sin sentido; se deriva de la distinta situación de la nación opresora, imperialista, y de las nacionalidades oprimidas y sojuzgadas. Tener en cuenta esta contradicción de la vida real es una exigencia imprescriptible de la estrategia comunista. Únicamente esta diversidad de conducta de los comunistas de las naciones opresoras y oprimidas puede asegurar el frente único en la revolución y garantizar su triunfo inquebrantable.”

PERÚ: ¡Viva el día del Ejercito Popular de Liberación! ¡Viva el Presidente Gonzalo, Jefatura del Partido y la Revolución!

¡VIVA EL DÍA DEL EJÉRCITO POPULAR DE LIBERACIÓN! ¡VIVA EL PRESIDENTE GONZALO, JEFATURA DEL PARTIDO Y LA REVOLUCIÓN!

 
 
Pese a toda la campaña contra-revolucionaria del imperialismo, no han podido sacar al Presidente Gonzalo de la mente y corazón de muchos comunistas y revolucionarios en todo el mundo, sus enseñanzas constituyen un ejemplo a seguir y su nombre es sinónimo de Guerra Popular hasta el Comunismo.

¡ABAJO LAS PATRAÑAS Y CALUMNIAS CONTRA EL PRESIDENTE GONZALO!

¡DEFENDER LA VIDA DEL PRESIDENTE GONZALO DESARROLLANDO GUERRA POPULAR!
 
¡APLASTAR EL REVISIONISMO!

¡GLORIA AL MARXISMO LENINISMO MAOÍSMO PENSAMIENTO GONZALO!

Editorial de ADN; Abandonar as ilusões, partir para a luta dura e prolongada

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Editorial - Abandonar as ilusões, partir para a luta dura e prolongada



I
O mundo inteiro está abalado pela gravíssima crise de todo sistema de dominação imperialista provocando distúrbios de magnitudes ímpares. O mundo inteiro está sacudido por tormentosas lutas e guerras. O aprofundamento da crise geral do imperialismo (o capitalismo de nossa época) aguça as contradições entre nações oprimidas e nações imperialistas por sua ação de rapina sobre as primeiras. Também agudiza as contradições entre as potências e superpotências imperialistas, principalmente a superpotência hegemônica única USA e a superpotência atômica Rússia, com mais guerras pela divisão de países (tal como Síria, Iraque, etc.) e por uma nova partilha do mundo entre os mais poderosos. Também agudiza a contradição entre proletariado e burguesia, principalmente com os violentos cortes de direitos dos trabalhadores nos próprios países imperialistas, a superexploração e o chauvinismo contra os trabalhadores imigrantes.
A eleição de Trump no USA é resultante deste afundamento do imperialismo ianque, em particular, e da agudização das contradições entre as classes dominantes no USA, a ponto do Partido Republicano ter que guindá-lo à Presidência, após uma disputa com tradicionais representantes das esferas políticas ianques. Ele conseguiu impor sua condição e já cumpriu o compromisso firmado com a extrema-direita, nomeando elementos seus para os postos-chave do Estado ianque.
Aparentemente, ele se confronta com o establishment ao se colocar acima dos políticos, entretanto, o círculo dos poderosos ianques, os banqueiros, os reis do petróleo e os do complexo industrial-militar, sentam-se é com o Pentágono, e já está determinado como tudo seguirá. Trump não fugirá ao que está escrito nas estrelas do Pentágono. O apoio de Kissinger – saído do sarcófago – é sinal de que o establishment está lá, e que vai ter queda de braço interna.
No caso da OTAN (Organização do Tratado do Atlântico Norte), por exemplo, constitui uma das maiores fontes de lucro da indústria bélica ianque e modo operacional de exercer seu domínio no mundo ocidental, e nisto persistirá.
As promessas de Trump para “tornar a América grandiosa de novo” embutem a ilusão de que basta implementar uma política protecionista para que o USA internalize empregos gerados por suas empresas no exterior. Ora, elas estão lá cumprindo uma lei maior do capitalismo que é a busca do lucro máximo e, não retornarão ao solo ianque, nem mesmo com a promessa de uma tarifa de 45% para produtos chineses. Contrariará também os consumidores, hoje habituados a pagar preços baixos por importados que substituíram a manufatura local. Daí, mais distúrbios diante da desilusão das massas de desempregados e das famílias que tiveram grande redução da renda.
Quanto mais avança o afundamento geral do imperialismo ianque, mais reacionário e agressivo se fará. Assim vai se passar com todas as demais potências imperialistas.
II
No Brasil, a “ponte para o futuro” de Temer, reduzida a pinguela por FHC, é uma tábua podre. Surgiu como um remendo sem legitimidade e credibilidade com as rachaduras das disputas internas já expostas. A unidade em torno da aplicação do receituário draconiano de corte de gastos, com cortes de direitos do povo e juntamente com a entrega completa do Brasil ao imperialismo, como promessa para retirar o país da grave crise econômica, está condenada ao fracasso. Pois que, ademais de provocar crescente revolta do povo, só fará aumentá-la na medida de sua aplicação e diante do repique destas ao nível de estados e municípios. E a vinda tão implorada do capital estrangeiro não virá, em razão da instabilidade e crise política.
A crise política é gravíssima, pois que, por um lado sua base é o agravamento das contradições entre as frações das classes dominantes locais em função da grave crise de uma economia semicolonial e semifeudal, em meio do afundamento da crise imperialista. Por outro, isto faz radicalizar cada vez mais o confronto entre os correspondentes grupos de poder destas frações expressas nas diversas siglas do Partido Único, através duma luta sem quartel entre elas e que se reflete em disputas e lutas encarniçadas entre os três poderes da República, onde ocupam posições.
A fúria com que se processou até agora as investigações de corrupção e as condenações dando chancela de honestidade, lisura e firmeza ao Ministério Público e à Polícia Federal é só mais um outro engano para uma sociedade já esgarçada pelas desigualdades, privilégios indecentes para poucos e injustiça e penúria para a imensa maioria, de delinquência em crescente espiral e a violência mais sanguinária das polícias e demais aparatos de repressão de um velho Estado burocrático sobre o povo, tudo para proteger um sistema político putrefato.
Casos recentes como o envolvendo Geddel, homem de confiança de Temer, e outros mais graves que irão inevitavelmente eclodir com a delação da Odebrecht e outras, revelam que a crise do “governo” é de todo o sistema político apodrecido de um velho Estado burocrático-latifundiário, semicolonial e genocida.
A prisão de gente poderosa, grandes burgueses, senadores, deputados e ex-governadores como resultado de grande operacionalidade do Judiciário e da Polícia Federal, longe de ser o que os monopólios de imprensa querem fazer crer à opinião pública como “moralização” e fortalecimento da velha democracia, são nada mais que os sintomas da falência de um sistema, cujas classes dominantes estão numa guerra brutal entre si para ver quem se manterá por cima.
A crise é do sistema e não pode ser resolvida pela repressão, prisão e condenação de umas tantas figuras, por mais importantes e numerosas que possam ser, pois que isto é somente a revelação da podridão e falência desta ordem vigente. O acordão dos de cima para pôr fim à “fúria” investigatória da corrupção não está fácil de lograr-se. Vide a dura disputa em torno da “Lei Anticorrupção” para incluir a anistia à prática anterior de “caixa 2”. Temer foi obrigado a chamar Maia e Renan para fechar um pacto pela retirada de pauta da almejada anistia, numa tentativa de evitar a completa desmoralização das instituições e do sistema político oficial.
Tal falência só pode resolver-se pela luta entre as classes antagônicas de nossa sociedade. Quer dizer, pela derrubada violenta das velhas classes exploradoras e serviçais das potências estrangeiras pelas classes exploradas e oprimidas por elas. Derrubar a velha democracia e edificar a Nova Democracia.
Se faz necessário abandonar as ilusões de superação negociadas pelo atual sistema político e avançar a direção revolucionária para reforçar a linha de classe proletária da crescente revolta popular. Centrar fogo para pôr abaixo Temer e sua quadrilha, derrotar os ataques aos direitos do povo, ganhando terreno no campo e na cidade a ideia e concretização de que só a Revolução de Nova Democracia pode libertar nosso povo da exploração e opressão e libertar a Nação brasileira da corrupção e da subjugação ao imperialismo. Mas, isto exige denunciar e desmascarar por completo o revisionismo e todo oportunismo no seio das lutas populares que, caído em desgraça, quer mais uma vez cavalgar as massas para impedir sua radicalização e usar sua luta como moeda de troca por acordos eleitoreiros.

jueves, 1 de diciembre de 2016

INDIA: DSU statement on Nilambur fake encounter / Declaración de la DSU condena energicamente el falso encuentro de Nilambur.

DSU statement on Nilambur fake encounter


Condemn the cold blooded murder of 2 Maoists by the CPI(M) led Kerala government! All Encounters are Fake Encounters! Let us Unite against Social Fascism! Let us Unite to Smash the Brahmanical Hindutva Regime!

While the ghastly massacre of Malkangiri is still afresh in our mind, while in Bhopal the blood stains of eight under-trial SIMI activists have still not dried up, in yet another instance of fake encounter, two Maoists, Ajitha and Kuppu Devraj , were brutally murdered by the ‘Thunderbolt’ (notorious counter insurgency forces of Kerala) under the orders of the so-called “Left” Government of Pinarai Vijayan from CPI(M) in Nilambur forest in Malappuram district in north Kerala on 25th November. The extent of CPI(M)’s thirst for brutal state power and its hatred of people’s activists is clearly reflected in the bodies of the two slain, unarmed Maoists, Ajitha (19 bullet injuries) and Kuppu Devaraj (11 bullet injuries), whose dead bodies were left unattended for more than 30 hours.
According to Kerala police and Chief of Police, Debeshkumar Behra, soon after tracing some movement in the Karulayi forest, the armed forces (police and Thunderbolt) reached the spot around 12 at night. As always, they claimed that they started firing when the Maoists opened fire.
However, the absence of any lethal weapon from the slain Maoists and absence of even any minor injury of the counter insurgency team have put the entire story under serious questions. Moreover the post-mortem reports clearly exposes that the police narrative of a supposed gunbattle/encounter is a sham as the bodies were pierced all over with bullets which were shot point blank, that is, from a very close range. To cover this cold blooded murder, the police didn’t even allow the relatives of the slain, human rights activists and even media to enter the spot of the so called “encounter”. Since the fake encounter of Varghese in 1970, this is the second incident of such brazen violence, this time unleashed by a government led by a party that betrayed peoples movement long before to join hands with the ruling agencies. It is a macabre irony, that the very same CPI(M) organised this colded blooded murder violating all democratic norms on the eve of the 22nd anniversary of Kuthuparambu firing in which 5 CPI(M) activists were shot dead by the Kerala police. These are the very same forces shed crocodile tears and cry foul against the Bhopal fake encounter, brutal killing and lynching of Muslims and dalits, and blatantly unleash brutal state violence on the struggling people.
The families of both the activists have refused to accept the bodies, and along with students, human rights activists staged a stormy protest in front of the mortuary of Kozhikode Medical College. The anti-people Kerala Police, who have not come out with any statement after the post mortem reports, however did not waste any time in arresting the protestors. As if not enough, a senior activist, Com Ravuni, from Porattom has been arrested and booked under UAPA. Earlier this month, the Kerala police arrested Shantolal, Chathu and Geethu under UAPA for pasting posters on election boycott. We condemn the arrest of these activists on false charges and demand their immediate release.
This ghastly attack has been questioned from several quarters like court which ordered a magisterial enquiry; by the bench of Chief Justice R. M. Lodha who stated that promotion of the involved cops can only take place after fact finding report comes; while Kerala state human commission has come up with a statement asking Kerala DGP to submit a report on the “encounter” within two weeks. Other parties like CPI have questioned and condemned the extremely horrific incident. This incident is a clear reflection of the ruling class character of CPIM which farcically claims to lead a “Democratic” government in Kerala. In the name of culling out Maoists, the present LDF government is following the footsteps of the previous UDF government to extend Operation Green Hunt into the Western Ghats, one of the world’s largest hotbeds of biological diversity, to hand this region over to big corporates. Joining hands with the interests of the brahmanical ruling classes at the centre, the present LDF government led by CPI(M) is brutally carrying out its anti-people policies of loot and plunder to construct dams, SEZs, big industries and any one who opposes it are branded as Maoists and arrested or face the threat of being brutally murdered by unleasing the killer Thunderbolt.
From DSU we condemn the cold blooded murder of Maoist leaders Ajitha and Kuppu Devraj by the CPI(M) led Kerala government in strongest possible words. We also condemn the anti-people assault led by the CPI(M) government in Kerala. It is only the revolutionary movement of the most oppressed, downtrodden, revolutionary mass of this country fighting for their land, dignity and livelihood which can bring an end to such ruthless power mongering forces who try to crush people’s struggles and brazenly collaborates with the aggressive, jingoistic, Brahmanical Hindutva Fascist forces at the helm of power.

LA CUESTIÓN NACIONAL EN EL ESTADO IMPERIALISTA ESPAÑOL: CATALUÑA ( 3ª parte)




 


La gran burguesía española y catalana son los grandes enemigos del pueblo catalán

Ya antes de las elecciones del 27-S al Parlament, los grandes empresarios de Cataluña se manifestaron claramente contra la posible declaración unilateral de independencia que proponía la coalición de Junts pel Si. CaixaBank, Banco de Sabadell, Abertis, Gas Natural y el resto de las grandes empresas catalanas así lo manifestaron. Sus intereses coinciden claramente con los de las grandes empresas del Estado español. Así, de uno y otro lado, grandes empresas españolas y catalanas coinciden en señalar que la secesión hundiría al Reino de España en el bono basura. La ruptura de Unió con Convergencia, el apoyo de un insigne representante del poder económico catalán a la primera formación política como Miquel Roca, y los apoyos empresariales a Albert Rivera (líder del partido Ciutadans), son claras muestras de a qué partidos querrían ver en el poder las grandes empresas catalanas. Los grandes grupos y organizaciones empresariales catalanas tocaron a rebato antes de dichas elecciones, señalando que el apoyo al “Sí” iba a tener consecuencias muy graves.
Foment, la gran patronal catalana, manifestó el 1 de septiembre que “el proceso secesionista genera tensión y máxima preocupación económica y empresarial”. Días después, el 7 de septiembre, el presidente de la C.E.O.E. de España, Juan Rosell, y el de la Cámara de Comercio de España y Presidente de la empresa Freixenet, José Luis Bonet, ambos catalanes, firmaron una carta a título personal, en contra de la secesión. Posteriormente, el 9 de septiembre, ante las quejas del resto de la gran burguesía española, Rosell aceptó firmar un comunicado de la C.E.O.E. en el que se afirmaba que “Cataluña es una parte de España”, llegando dicho comunicado a ir más lejos que su presidente al proclamar que “las decisiones que afectan a un todo, para ser legítimas, no pueden ser tomadas por una parte de ese todo”.



El presidente de Freixenet, José Luis Bonet, con los reyes de España.
 
 




Las dos principales entidades financieras de Cataluña (CaixaBank y el Banco Sabadell) hicieron público que se plantaban ante el desafío soberanista, y lo hicieron a través de un comunicado lanzado por la Confederación Española de Cajas de Ahorro (C.E.C.A., cuyo presidente es Isidro Fainé, que a su vez es presidente de La Caixa) y la Asociación Española de Banca (A.E.B.). Las principales entidades asociadas a la A.E.B. y a la C.E.C.A. son CaixaBank, Santander, BBVA, Bankia, Sabadell y Popular. En ese comunicado del 18 de septiembre señalaban “los riesgos que para la estabilidad financiera comporta cualquier decisión política que quebrantara la legalidad vigente y conllevara la exclusión de la Unión Europea y del euro de una parte de España”; y llegan a amenazar con “reconsiderar su implantación en Cataluña si se produce la independencia”.

Por la unidad de obreros y campesinos: una interpretación del voto rural y urbano

            Los voceros de la derecha española y catalana, la socialdemocracia y todo tipo de oportunismo y revisionismo, han hecho siempre una interpretación interesada de los resultados electorales al Parlamento de Cataluña. En 2015 no podía ser menos. Así, al analizar el carácter geográfico del voto dicen que se confirman dos Cataluñas: una Cataluña rural-campesina (atrasada e independentista) y otra Cataluña urbana-obrera (moderna y anti-independentista o constitucionalista).
            Como en la Cataluña urbana (provincia de Barcelona) el porcentaje de los escaños independentistas fue sólo del 45,8% y el porcentaje del número de votos del 44,3% (incluso en Tarragona fue del 48,9%), el bloque constitucionalista concluye que Cataluña no está por la independencia. Argumentan, además, que el sistema electoral catalán beneficia a las provincias rurales: para conseguir un escaño en Lleida sólo se necesitan 20.036 votos, en Girona 28.844, en Tarragona 30.284, mientras que en Barcelona se necesitan 46.141 para elegir un representante al Parlamento (aclarar que estas cifras varían con el porcentaje de participación en cada elección).
            Por el contrario, la candidatura independentista de Junts pel sí se ha impuesto en el 96,52% de los 947 municipios de Cataluña, fundamentalmente en los municipios rurales del interior.
            Es decir, los constitucionalistas (la derecha, la socialdemocracia, el oportunismo y el revisionismo) concentran sus votos en el mundo urbano, mientras que los independentistas (Convergencia y ERC) tienen su feudo en el mundo rural, en el que dominan de manera abrumadora. Moraleja de los voceros constitucionalistas: la división entre el mundo rural y el urbano es una continuación de la fractura histórica de Cataluña en el pasado entre carlistas y liberales, que se mantiene hoy a partir del antagonismo entre independentistas (carlistas y atrasados) y constitucionalistas (liberales y modernos).
            Vayamos entonces a la historia. Nunca se entendió bien por parte de la historia oficial de España la naturaleza última de las guerras carlistas del siglo XIX: en la cáscara, las guerras carlistas fueron reaccionarias, pero en el fondo tenían un hondo contenido revolucionario. ¿Cuál? La lucha campesina por la tierra y contra la semifeudalidad. Cuál fue el problema de aquellas guerras carlistas: la dirección reaccionaria del movimiento campesino. Ya en 1894, F. Engels en su obra El problema campesino en Francia y en Alemania decía lo siguiente:

Este partido, que lleva a todos los demás la ventaja de tener una visión clara de la concatenación existente entre las causas económicas y los efectos políticos y que, por esa razón, hace ya mucho tiempo que ha adivinado el lobo que se esconde debajo de la piel de cordero del gran terrateniente disfrazado de amigo importuno de los campesinos, ¿va este partido a dejar tranquilamente al campesino, condenado a la ruina, en manos de sus falsos protectores, hasta que se convierta de adversario pasivo en un adversario activo de los obreros industriales? Con esto, hemos entrado de lleno en el problema campesino.”





 
 Cuadro resumen del voto independentista en las elecciones al Parlamento de Cataluña (2015)




Barcelona
Girona
Lleida
Tarragona
Cataluña Rural
TOTAL
Escaños a elegir
85
17
15
18
50
135
Junts pel Sí
32
11
10
9
30
62
CUP
7
1
1
1
3
10
Independentistas
39
12
11
10
33
72
% escaños Junts
37,6
64,7
66,7
50
60
45,9
% escaños CUP
8,2
5,9
6,6
5,6
6
7,4
% escaños Indep
45,8
70,6
73,3
55,6
66
53,3
Nº votos Junts
1.107.398
215.485
126.064
172.026
513.575
1.620.973
Nº votos CUP
254.246
32.971
18.627
30.531
82.129
336.375
Nº votos Indep
1.361.644
248.456
144.691
202.557
595.704
1.957.348
% votos Junts
36
56,1
55,2
41,6

39,7
% CUP
8,3
8,6
8,2
7,3

8,2
% Indep
44,3
64,7
63,4
48,9

48
nº Abstenciones
889.246
109.071
64.433
131.356

1.199.106
% Abstenciones
22,4




23
Nº votos blanco
22




21.941
Nº votos nulos
23,2




15.932
% votos blanco
24




0,5
% votos nulos





0,4

La burguesía en España, traicionando su propia revolución, no quiso entender el problema campesino y termina abandonando a la clase más numerosa del país, entregándola en manos de una dirección terrateniente que vehiculó la guerra hacia cuestiones dinásticas. La burguesía venció en las guerras carlistas, pero no entregó la tierra ni liberó de las reminiscencias feudales a los campesinos ni de Cataluña ni del resto del país. Por eso, todavía en los años 30 del siglo XX aparecía como piedra de toque en la revolución catalana el problema “rabbasaire”. Ya el Partido Comunista advertía en 1932 de indiscutible relación entre la cuestión agraria y la cuestión nacional en Cataluña (Los problemas de la revolución española: el problema agrario y las luchas de los campesinos):
Esto no quiere decir que al lado de la cuestión nacional esencial, profundamente popular y en el fondo campesina, no haya al mismo tiempo en España contradicciones entre la burguesía de las nacionalidades oprimidas y la nación imperialista. Pero estas contradicciones en el fondo son contradicciones entre clases explotadoras por el privilegio de explotar a los obreros, campesinos y demás trabajadores. La circunstancia de que la dirección de la corriente revolucionaria del movimiento nacional se haya encontrado hasta estos últimos tiempos precisamente en manos de grupos antipopulares, nacionalistas burgueses y de elementos de distintos campos políticos burgueses, clericales y pequeñoburgueses (Cambó y Maciá en Cataluña…) no puede ni debe oscurecer el hecho del carácter de masas, popular, del movimiento de emancipación nacional.”
           
Algo no debió salir bien en la solución del problema “rabassaire”, pues la Guerra Civil de 1936-39 se perdió y hoy el mundo rural es el máximo exponente de la resistencia de los catalanes a la opresión nacional: hay que tener en cuenta el alto porcentaje del voto independentista logrado en muchísimos municipios del interior rural de Cataluña (con porcentaje que van desde el 60% a más del 90%; ver mapa: “Cómo se distribuye el voto independentista”).
            El discurso de los constitucionalistas intenta separar los intereses del conjunto del pueblo catalán que, en última instancia, no es más que el intento de romper el frente único revolucionario obrero y campesino (urbano y rural). Hoy la realidad de Cataluña es diferente y no se debe olvidar que se contabilizaron más votos independentistas en la ciudad (1.361.644) que en el campo (595.704). El problema vuelve a ser la dirección del movimiento nacional de Cataluña.